circolo culturale amantes
Torino

 

ALBERTO SIGNETTO

ALBERTO SIGNETTO > lunedì 21 aprile 2008
incontro con l'autore alle ore 19.00
proiezioni dalle ore 20.00
fine ore 22.00

Alberto Signetto

Alberto Signetto è nato nel 1954 a Cordoba, in Argentina. Si occupa di cinema e comunicazione dal 1970. E' tra i fondatori della cooperativa ARTKINO (distribuzione cinematografica di qualità: Wenders, Laing, Wajda, Sanders, etc.) e diventa il responsabile del settore cinema, teatro e comunicazione della libreria COMUNARDI. Lavora come regista dal 1982. Nel 1984 fonda, con altri, la società di produzione cinematografica e televisiva ROSEBUD COMPANY s.r.l. Dal 1992 collabora con la cooperativa INDEX e dal 2003 con l'Associazione KINOETIKA e con la sua RED RHINO PRODUCTIONS. Lavora come regista dal 1982. Vive attualmente tra Torino e Buenos Aires. Biofilmografia (.doc)

Proiezione di un estratto dei corti:

1. 1982 - A TUTTA BIRRA! 10'
2. 1983 - RIGHEIRA RAP 4'
3. 1988 - WELTGENIE 6'
4. 1994 - RIFLESSIONI SULLALLUCE 15'
5. 2000 - DON'T FORGET 3'
6. 2000 - OPERAZIONE S/F 9'30''
7. 2001 - ADRIANO OLIVETTI 1901/2001 - video interni della mostra 4'
8. 2002 - CALUSO / KANTOR REMIX - 5'
9. 2002 - ÊTRE EN TRAIN - 3'
10. 2004 CIVICOGARRONE73 20'
11. 2004 EARTH MEN LAKE - dialoghi sulla produzione del film documentario 9'30''

A SELF PORTRAIT

L'attività umana non è interamente riducibile a dei problemi di produzione e di conservazione e il consumo deve essere diviso in due parti distinte.
La prima, riducibile, è rappresentata dall'uso del minimo necessario, per gli individui di una società data, alla conservazione della vita e allla continuazione dell'attività produttiva: si tratta dunque semplicemente della condizione fondamentale di quest'ultima.
La seconda parte è rappresentata dalle spese cosiddette improduttive: il lusso,
i lutti, le guerre, i culti, la costruzione di monumenti suntuari, i giochi, gli spettacoli, le arti, l'attività sessuale perversa (cioè distolta dalla finalità genitale) rappresentano altrettante attività che, almeno nelle condizioni primitive, hanno il loro fine in sé stesse.
Orbene, è necessario riservare il nome di dépense a queste forme improduttive, a esclusione di tutti i modi di consumo che servono da medio termine alla produzione. Benchè sia sempre possibile opporre le une alle altre le diverse forme enumerate, esse costituiscono tuttavia un insieme caratterizzato dal fatto che in ogni caso l'accento è posto sulla perdita che deve essere la maggiore possibile perché l'attività acquisti il suo vero senso.
… Il termine di poesia, che si applica alle forme meno degradate, meno intellettualizzate, dell'espressione di uno stato di perdita, può essere considerato come sinonimo di dépense: esso significa infatti, nel più rigoroso dei modi, creazione mediante la perdita. Il suo senso è dunque prossimo a quello del sacrificio. E' vero che il nome di poesia non può essere attribuito in modo approppriato che a un residuo estremamente raro di ciò che serve a designare volgarmente e che, in mancanza di una riduzione preventiva, le peggiori confusioni si possono verificare; ma risulta impossibile in una prima rapida esposizione parlare dei limiti infinitamente variabili tra formazioni sussidiarie e l'elemento residuale della poesia.
E' più facile mostrare che per i rari esseri umani che dispongono di questo elemento, la dépense poetica cessa di essere simbolica nelle sue conseguenze: così, in una certa misura, la funzione di rappresentazione impegna la vita stessa di colui che l'assume. Essa la vota alle forme più fallaci di attività, alla miseria, alla disperazione, al perseguimento di ombre inconsistenti che non possono dare altro che la vertigine o la rabbia.
Succede spesso di non poter disporre delle parole che per la propria perdita, di essere costretti a scegliere tra una sorte che fa di un uomo un oggetto della pubblica riprovazione, tanto profondamente separato dalla società quanto le deiezioni lo sono dalla vita apparente, e una rinuncia il cui prezzo è un'attività mediocre, subordinata a bisogni volgari e superficiali ...


Georges Bataille
extraits de La notion de dépense
La critique sociale n° 7, janvier 1933

… old red rhino walking in the roads …

… quelle strade che
abbiamo percorso insieme
marciando
qualche lustro fa.

Ora il ricordo si fa forte
come forte è la rabbia
del presente
per gli amici invecchiati
senza più utopie
che ti chiamano
peter pan
come i vecchi
studenti
incazzati
diventati pacifici
professori

e le amiche di un tempo
zie mamme cognate
non vogliono ricordare
i fasti dell'inutile
e meraviglioso dispendio
che ci legò
sometimes
mi hanno detto
che le polaroid
ammuffiscono
rimangono i lavori
gli scritti i video
che forse non
deperiscono mai
e che qualcuno
par hasard
ancora vuol vedere
e pensare
e chiedere …
e tu sei solo lì davanti
disarmato
in tasca un biglietto
piegato
con le parole di Gottfried
Benn
" … richiesto del suo
agire e pensare,
non può che respingere
la domanda.
e alludere a un atto
segreto ".

… sans rêve ni trêve
enfermé parmi les voix …

     

 

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ALBERTO SIGNETTO

 

 

TRE CONSIDERAZIONI DALLA CITTA' DELLA FABBRICA MORENTE

(à Turin) l'automne est, paraît-il, la plus belle saison.
En somme l'air doit receler un élément dynamique.
Qui se fixe ici devient roi d'Italie …

Friedrich Nietzsche
lettre à Peter Gast, Turin 1888

1. LA SORTIE DE L'USINE.
" Quando dalla finestra della mia camera, situata molto in alto, guardo la città, i tetti, i muri e i comignoli alla luce plumbea di un'alba autunnale, quando osservo a volo d'uccello tutto quel paesaggio irto di costruzioni, appena uscito dalla notte, pallidamente albeggiante verso l'orizzonte giallo, ritagliato a stri-sce chiare dalle forbici nere e fluttuanti del gracchio delle cornacchie, ecco, io sento che questa è la vita."(*)
Cito con qualche imbarazzo le parole che il grande scrittore polacco Bruno Schulz dedica alla sua Drohobycz per introdurre la prima mia considerazione su Torino, la città in cui vivo e lavoro.
Il leviatano annidato nei sotterranei del paesaggio irto di storiche officine ormai rantola, e la città - nella sua interezza composita -titubante esce dalla notte della monocultura industriale, vero e (quanto?) premeditato sbarramento alla pratica della creatività.
Questo non significa - e da almeno una quindicina d'anni - che nessuno si sia mosso e si muova nella notte, anzi: le tenebre hanno affinato la vista e soprattutto la resistenza di una generazione di autori che nella città hanno caparbiamente resistito alle rade lusinghe di un'avventura sul Tevere e soprattutto alla guerra per bande nei corridoi del desolante panorama televisivo nazionale, ben reso dall'icona mitologica del biscione strisciante attorcigliato alle zampe di un cavallo caduto.
E la costruzione e il rafforzamento di strutture sotterranee fino al loro riconoscimento istituzionale - cittadino e poi nazionale - si sono dipanati in questi anni, tra inevitabili momenti di scoramento e feroci tentazioni di branco, con la partecipazione variamente attuata da tanti - anche se non da tutti.
Già, perché - sempre prendendo a prestito le inimitabili parole di Schulz - nella notte buia e tempestosa colpivano alla cieca le forbici della censura e del management, dell'audience e della legge di mercato, applicate con furore dai neofiti dell'impresa.
E volavano basse basse le cornacchie del facile consenso.

2. LA RONDE.
" In quelle prospettive che si aprono sulle profondità del giorno, lo sguardo si aggira come nell'archivio di un calendario e, come in sezione, distingue le stratificazioni del giorno, le registrazioni infinite del tempo, che scorrono in due spalliere nella gialla e luminosa eternità. Tutto ciò si sovrappone e si ordina nelle fulve e remote formazioni del cielo, mentre in primo piano restano il giorno e il momento attuali, e raramente qualcuno solleva gli occhi verso le scaffalature lontane di quell'illusorio calendario. " (*)
Ma il giorno è arrivato: confortati dalla consapevolezza e dalla memoria, non c'è più bisogno di aguzzare troppo la vista per riuscire a vedere ciò che anche qui ci potrebbe riservare il futuro. Il potere balla il suo girotondo grottesco sulle macerie della cultura, sulla quale rovescia dagli schermi tutto il suo disprezzo: un girotondo sempre più veloce, dove come in un caleidoscopio anche i colori si confondono, quegli stessi colori che ci hanno divisi ed esaltati negli anni sventati e recenti della giovinezza.
Senza essere invitate, ci hanno raggiunti la capacità di sintesi, quella sottile abilità a leggere l'archivio di un calendario, a distinguere le stratificazioni, ma soprattutto - e di conseguenza - la tentazione terminale e terribile di razionalizzare in eccesso, di rendersi conto, di costruire da noi stessi la casella in cui richiuderci, di rimanere con i piedi per terra: altro che utopie da sovrapporre e ordinare nelle fulve e remote formazioni del cielo.
Prigionieri possibili del mostro disgustoso chiamato buon senso.
Per ironia della sorte, la salvezza viene dalla posizione eccentrica della città, distante e lontana dai centri di potere, che costringe in campo professionale alla precarietà, che rende praticamente impossibile partecipare - volenti e nolenti - al girotondo più basso, quello che a volte ci sarebbe permesso, esibiti come eccentrici fiori all'occhiello dai cortigiani più scaltri e avveduti.
La costrizione alla fine desiderata ai percorsi più tortuosi, il rifiuto di una organicità e di una specializzazione professionale, della scelta di un argomento principale di indagine.
Sempre, in primo piano restano il giorno e il momento attuali, la anarchica caparbietà nel seguire la labile intuizione di un momento, e subito dopo il tuffo forsennato nel lavoro - senza certezze, senza contratti - rapiti da un ennesimo progetto fascinoso quanto probabilmente non rentable, lontano dalle tendenze e dalle mode produttive.
Indipendenza, marginalità forse: ma insieme a questo coraggio e orgoglio. E nessuna elemosina.

3. ICI ET AILLEURS.
" Un grande disebriamento, così potrei chiamare il mio stato.
Uno sbarazzarsi di tutti i pesi, una leggerezza di danza, un vuoto, una irresponsabilità, un livellamento delle differenze, una dis-soluzione di tutti i legami, un allentamento dei confini. Niente mi trattiene e niente mi lega, mancanza di resistenza, libertà illimitata. Strana indifferenza con cui scivolo leggermente attraverso tutte le dimensioni dell'essere: dovrebbe essere veramente piacevole, non vi pare? Questo vivere senza fondo, quest'ubiquità perenne, questa quasi totale assenza di preoccupazioni, indifferente e lieve … " (*)
A questo punto, ci vuole una spiegazione a questa esibizione letteraria, da Nietzsche a Bruno Schulz.
Si tratta, semplicemente, di due progetti, uno di una decina di anni fa - e che qui viene presentato - e il secondo di cui mi occupo attualmente, mentre prosegue il lavoro su altri, sull'Argentina e sull'handicap.
Di nuovo, come sempre, mi ritrovo preda di una folgorazione improvvisa per uno scrittore già conosciuto e frequentato anni fa, ma divenuto ora impellente e necessario. A me.
Un viaggio fisico e letterario attraverso gli incubi dell'Europa a cavallo degli ultimi due secoli del secondo millennio, ispirato dagli scritti geniali di Bruno Schulz, che nello stesso periodo e negli stessi luoghi ha consumato tragicamente la sua esistenza fisica, seguendo percezioni e percorsi condivisi con complici compagni d'avventura e di studio.
Un anno di lavoro, qui a Torino, tra testi e biblioteche. E INTERNET. E poi 6000 lunghi, vissuti km tra Austria, Ungheria, Ukraina, Polonia e Germania. Ici et ailleurs.

Purtroppo, la pratica del documentario letterario è molto poco diffusa in Italia e so che sarà molto complicato e difficile riuscire a portare a compimento questo progetto.
Ancora una volta, come sempre.
Comunque - proprio male che vada - si può sempre abbracciare un cavallo in via Po, nei primi anni del terzo millennio.


(*) Bruno SCHULZ,
dal racconto " Il Pensionato " - ne " Il Sanatorio all'insegna della clessidra "
in " Le botteghe color cannella " - Einaudi 1991
en français: " Le Sanatorium au croque-mort " - Gallimard 1994.

Torino, 24 gennaio 2001 (in occasione del mio 47° compleanno)